• Barbara Baffetti

Quando le parole pesano

Portare nelle scuole un progetto sull’#affettività, mi ha dato la possibilità di assaporare la pienezza di vita cui aspirano bambini e ragazzi ma anche il loro disorientamento e le loro paure.


Non è strano, trovarli persi nel labirinto delle #emozioni, incapaci di prendere contatto con esse o semplicemente di nominarle; questo accade soprattutto quando la vita pone loro degli interrogativi scottanti o complessi. I pesi emotivi che schiacciano i nostri figli sono, però, anche il risultato della narrazione che come adulti facciamo di eventi familiari o comunitari.


Per questo è sempre più necessario prevedere spazi educativi in cui le emozioni e le domande dei più giovani abbiano diritto di cittadinanza e stimolino noi adulti a recuperare linguaggi rispettosi. Le parole contano e anche il modo con cui sono usate.


Pensiamo al tema caldo dell’#immigrazione; l’informazione che arriva ai nostri ragazzi è in molti casi parziale, misteriosa e arrabbiata. Vengono usate, spesso tra l’indifferenza di noi adulti, parole che confondono, discriminano, offendono, feriscono l’animo dei più piccoli. Il rischio è di contribuire anche inconsapevolmente a consolidare atteggiamenti emarginanti.


Parole come “zingaro”, “barbone” “straniero” “diverso”, ma anche più semplicemente la distinzione “noi e loro”, sono usate quotidianamente anche nei media; salvo poi lanciare attraverso gli stessi canali e le stesse persone, lo stigma nei confronti degli episodi di bullismo. Questo tipo di comunicazione esaspera i normali timori per ciò che non è conosciuto e conduce a costruire barriere.


Certi fenomeni altro non sono che la punta di un iceberg emotivo che è stato creato soprattutto da noi adulti; il ripiegamento su se stessi, consolidato da certi modi di esprimersi verso chi non è come noi o non la pensa come noi, anestetizza la naturale predisposizione dei ragazzi all’#accoglienza.


Al termine di tutte queste considerazioni e con la volontà di alleggerire l’animo dei più piccoli, fornendo loro qualche strumento e risposta in più, ho ideato la collana edita Buk Buk, “Il labirinto delle emozioni”; mi sono prefissa l’intento specifico di accompagnare bambini e ragazzi a dare parola alle loro emozioni qualora si trovino a vivere situazioni delicate e difficili.



Khaled viene dal mare. Ma che vuoi da me?

È di questi giorni la terza uscita della collana, che, dopo quello della separazione e del #bullismo, si trova ad affrontare il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza tra culture e popoli. L’ho fatto attraverso le pagine del diario di Davide che si trova ad accogliere in classe Khaled, piccolo profugo siriano; com’è mia consuetudine sono partita dalle parole dei più piccoli, fornendo alle stesse nuovi strumenti interpretativi.





Giornata internazionale dei diritti dei migranti

Il 18 dicembre alle 17,30, in collaborazione con la Diocesi e la Caritas di Perugia, avrò l’onore di vederlo presentare da #SilviaVecchini amica e autrice anche lei di testi per bambini e ragazzi; l’evento avrà luogo al Centro Internazionale d’Accoglienza, in via Bontempi, in occasione della #GiornatadeiDirittidelMigrante. Credo che non potesse esserci tempo migliore per farlo: nel pieno dell’Avvento, in attesa del Bambino, penso serva ricordare a tutti noi che il primo diritto di ogninpiccolo, partito da terre lontane, è quello di sentire che c’è qualcuno che lo sta aspettando perché la sua vita, per quanto faticosa e complessa, è ritenuta preziosa e unica per questo mondo.


Mentre pedalavo, la testa non si è fermata un attimo; ogni pedalata portava con sé un pensiero per Khaled: perchè i suoi avevano dovuto lasciare la loro terra? Anche loro avevano nostalgia del proprio Paese? Che cosa provava Khaled a sentire solo parole sconosciute da imparare in fretta? Ma la domanda più difficile era come mai non mi fossi preoccupato mai di chiederglielo.






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